Vittoriosi e alfin liberi siam

In questo mese ricorre l’anniversario della Liberazione, il 25 aprile. E’ un giorno di festa nazionale, in cui si ricorda lo sforzo fatto per eliminare la piaga del Fascismo e del Nazismo dall’Italia e restituire la libertà al popolo. Gli archivi delle autorità civili ed ecclesiastiche sono pieni di documenti inerenti questo periodo o quello immediatamente successivo: sono documenti particolari, delicati per l’argomento trattato, ma importanti per poter accedere a quel passato senza mitizzarlo né tantomeno demonizzarlo. Qualunque documento racconta un fatto da un determinato punto di vista; spetta allo storico, presentandolo all’opinione pubblica, saper contestualizzare ed integrare con altre fonti, per cercare di giungere ad un’esposizione degli eventi accaduti il più possibile veritiera.

Proprio per questi motivi, occorre ricordare che è terapeutico affrontare le difficoltà, le contraddizioni e gli episodi bui. Negli anni del Ventennio fascista, come in qualunque altra epoca, non è facile né saggio cercare sempre la netta distinzione tra buoni e cattivi, tra bianco e nero. Questo non significa non condannare o trovare una scusante ad eventi drammatici, ma è un modo prudente per esprimere giudizi su fatti che noi contemporanei non abbiamo vissuto e non sappiamo come li avremmo vissuti. Anche perché, è bene dirlo, un evento storico non si ripete mai, ma è il contesto che lo ha permesso a ripetersi in condizioni simili, non perfettamente uguali. Ed è proprio quel contesto che occorre studiare per comprendere ai nostri giorni i rischi che corriamo, perché semplicemente ci siamo dimenticati del passato.

Tra i diversi documenti che ci parlano di quel periodo confuso e difficile sono ricche di informazioni le richieste di risarcimento dei danni bellici. Per la Chiesa cattolica, sono relazioni prodotte dai parroci, su indicazione della Curia vescovile a sua volta sollecitata dalle Autorità civili. Molto interessante, nell’Archivio storico diocesano, è la richiesta, formulata dalla circolare del 10 agosto 1945, di conoscere i danni provocati agli archivi ecclesiastici, su esplicita richiesta della Commissione anglo-americana. Scopriamo quindi che l’archivio della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Argentera è andato completamente distrutto, come quello di Gaiola, Mollieres e Monterosso Grana.

Nell’Archivio sono presenti altre relazioni inerenti i beni immobili delle singole parrocchie. In Cuneo la chiesa di Santa Maria della Pieve, dopo il bombardamento del 28 agosto 1944, ha visto andare in frantumi le quattro grandi vetrate dipinte a mano: nel luglio del 1945 il can. Anfossi segnala che le finestre in questione sono state chiuse con legno e cartone. Attorno al santuario della Madonna degli angeli nel febbraio erano state sganciate circa 39 bombe, con danni non gravi alle strutture. Ingenti ferite erano state inferte al complesso della Congregazione delle suore di San Giuseppe, poichè dal 4 ottobre 1943 al 28 aprile 1945 fu trasformato in Comando di presidio tedesco. Anche la chiesa della Confraternita di S. Sebastiano ha riportato numerosi danni, a causa della sua vicinanza al ponte sul torrente Gesso e alla stazione ferroviaria: le vetrate della facciata, esplose per l’onda d’urto di una bomba caduta nelle vicinanze, finirono nell’organo che da allora cessò di suonare.

In valle Gesso, il parroco di Entracque segnala che dalla canonica sono spariti “due orologi d’argento, due letti e sette materassi di crine da parte degli SS e repubblicani”. A Valdieri invece il parroco scrive di danni al frutteto, al cortile, ai vetri della casa canonica, oltre che del crollo del campanile per scavi di rifugi antiaerei. Nella frazione di Sant’Anna i bombardamenti del 25 febbraio e del 4 aprile hanno causato la distruzione del rosone della chiesa e poco altro. In foto è presente l’elenco degli oggetti danneggiati o rubati nella parrocchia di Mollieres.

In valle Stura, il parroco di Sambuco sottolinea che la casa canonica è stata requisita con violenza dai tedeschi, mentre quando arrivarono i repubblichini pagavano una quota di affitto. Diversa sorte per quella di Gaiola che fu distrutta completamente e vi morì il giovane sacerdote don Giorgio Pellegrino. La frazione Grange di Argentera subì numerosi danni tra cui l’occupazione della cappella prima da parte delle truppe tedesche e poi dai Repubblichini. La casa canonica di Argentera ‘ospitò’ anche le truppe di occupazione francese.

Infine a Valgrana i combattimenti del gennaio 1944 provocarono una crepa nella campana maggiore di 370 kg, nella confraternita di San Giuseppe.

L’elenco potrebbe andare avanti, coinvolgendo anche le persone. Le parole di don Arturo Pignatta, parroco di Entracque, fanno riflettere: “Dodici giorni durò questo martirio fisico, ma ben più dure le sofferenze morali”. Non è questa, però, l’occasione per dimostrare quanto soffrì il clero e la popolazione, ma la ricorrenza del 25 aprile dovrebbe insegnarci ad essere ognuno più responsabile verso la cosa pubblica e verso coloro che ci sono vicini. “Compiere atti che siano degni della libertà […] obbliga ad impegnarsi nell’azione con la propria conferma, con un pieno consenso” scrive don Giuseppe Pellegrino. Questa libertà, conquistata con le armi, oggi non deve ridursi ad una rievocazione o commemorazione, ma, insieme all’imperativo ‘non dimenticare’, deve essere un invito a costruire insieme un futuro più giusto.