Ritratti di un tempo lontano

L’apostolato di San Sebastiano in Cuneo

Dopo il Concilio di Trento (1545-1563) moltissime chiese si dotarono di apostolati ossia delle immagini di Cristo e dei dodici apostoli, a volte accompagnati da quelle di Maria, di San Paolo e degli Evangelisti. Il Concilio aveva ribadito fermamente, in polemica con la riforma protestante, la successione apostolica cioè la diretta continuità tra apostoli e vescovi. Esporre in chiesa le figure degli apostoli significava dunque ribadire il ruolo dei Vescovi come successori di coloro che Cristo stesso aveva chiamato. I Vescovi, da parte loro, proprio per direttiva del Concilio, si impegnavano a risiedere stabilmente presso le comunità loro affidate, istruirne i sacerdoti e visitarle regolarmente tramite le visite pastorali.
Molte chiese del territorio cuneese si adoperarono allora per acquistare o far realizzare cicli di tele con questo tema; in città, si distinsero, ancora una volta, le due confraternite maggiori: Santa Croce, con una serie di quindici tele acquisita nel 1645, e San Sebastiano, che vantava addirittura due serie di quadri di questo tipo. Nel 1650 la confraternita ottiene «numero quindici Apostolli [sic] con sua cornice indorata dal Signor Clemente Perlasco del Mondovì» e pochi anni più tardi si dota di un’ulteriore serie: l’inventario del 1673 documenta infatti in San Sebastiano «due apostolati, quel di Roma con cornici di noce con profili n. 14 e l’altro del Bruno con cornici nuove tutte dorate n. di 16». Di questi 30 dipinti restano oggi solo 5 superstiti, esposti nella Sala San Giacomo, al primo piano del Museo Diocesano (anche se Mons. Riberi, nel 1933, ne conta ancora dodici nel coro e tre in sacrestia). L’analisi stilistica e gli esiti dei restauri recenti fanno intendere che nel corso del tempo i quadri abbiano avuto una storia travagliata, conseguenza delle scelte di valutazione dei confratelli, per rimanere in tema con la parola del mese proposta da don Giuseppe Pellegrino. Furono ridipinti e rintelati e molti andarono evidentemente perduti tranne San Bartolomeo, San Giacomo Maggiore, San Giuda Taddeo, San Tommaso e Sant’Andrea, gli ultimi tre, scoperti fortuitamente durante i lavori di recupero del complesso. È probabile che l’insieme sia frutto dell’accorpamento delle tele recuperate da entrambi gli apostolati, dal momento sembrano afferenti ad ambiti diversi. San Bartolomeo, San Tommaso e San Giuda Taddeo sono riconducibili ad un pittore piemontese attivo intorno alla metà del Seicento, a conoscenza degli esiti della pittura romana dell’inizio del secolo: indaga la realtà dei personaggi senza addolcire i segni del tempo o della fatica, secondo la lezione del grande Caravaggio. Ad un ambito più locale fanno invece riferimento San Giacomo Maggiore e Sant’Andrea, anch’essi però in debito verso modelli più alti (anche in questo caso di stampo caravaggesco) di cui citano le inquadrature di scorcio e il gusto per i fondi scuri.

Laura Marino, direttore del museo diocesano