Ritiro spirituale del clero 7 marzo 2019

Arte di vivere e di comunicare, sincerità e autenticità

Il titolo di questa serie di incontri recita: “L’arte di vivere”. Un richiamo più che mai opportuno, perché in questi tempi confusi e tempestosi dell’arte di vivere abbiamo più che mai bisogno. Molto meglio parlare di arte piuttosto che proporre ricette pubblicitarie tipo “soluzione del problema vita” come in un libro di parecchi anni fa; l’arte infatti non è riducibile a schemi, ha sempre qualcosa di creativo, qualcosa che non si può insegnare ed imparare come una semplice tecnica.
Un’arte della quale sentirei particolarmente il bisogno in questo periodo è l’arte di invecchiare. Non solo per miei motivi anagrafici: in una società in progressivo invecchiamento come la nostra, fa un’enorme differenza avere anziani sereni e collaborativi piuttosto che incattiviti dalla paura e dal sospetto.
Ma altrettanto necessaria – o forse è la stessa cosa – è per gli anziani l’arte di comunicare con le giovani generazioni. Vedo qui un rischio di discontinuità radicale, di perdita della memoria storica, perdita di valori che credevamo acquisiti mentre vanno ritrovati e rinnovati ad ogni generazione. E, a questo proposito, avanzo subito una considerazione che ci porta diritti al centro dell’argomento di oggi.
La mia esperienza coi miei figli e con gli studenti mi ha insegnato che i giovani – qui ho in mente gli adolescenti – nonostante i frequenti atteggiamenti di indifferenza o rifiuto, hanno fame e sete di una parola che risponda alle loro domande di senso. Ma la comunicazione non può funzionare se prima non c’è da parte nostra un vero ascolto; se avvertono nelle nostre risposte il tipico tono di un nastro preregistrato che scodella opinioni preconfezionate. A questo punto, è meglio stare zitti, dire “non so” oppure riferirsi all’auctoritas ritenuta più affidabile, ma senza fare finta che sia farina del nostro sacco. Ho parlato intenzionalmente di autenticità e non di sincerità: la sincerità è il presupposto minimo, ma non basta, spesso significa dire in buona fede quel che si pensa sia giusto dire, non quello che si pensa veramente. Essere autentici significa che quello che dici è espressione integrale della tua personalità profonda e non un rivestimento superficiale.

Pratiche filosofiche 

Ho avvertito che – a proposito di arte di vivere – avrei parlato di pratiche filosofiche e di meditazione: due esperienze a prima vista piuttosto diverse. La prima si avvale prevalentemente della parola, l’altra del silenzio: in realtà in entrambe c’è un mix di parola e silenzio, sul quale torneremo. Ma entrambe queste esperienze tendono in fondo ad uno stesso obiettivo: aumentare il livello di consapevolezza del soggetto, schiodarlo da una visione precostituita che costituisce la sua prigione, e ch’egli identifica con il mondo.
Le pratiche filosofiche (il plurale allude a una galassia di esperienze anche molto diverse, sviluppatesi in questi ultimi decenni particolarmente in Europa e in America) hanno ben poco in comune con una conferenza di storia della filosofia, o con la discussione filosofica di tipo dialettico.  Non si tratta di far prevalere una tesi attraverso lo scontro delle opinioni, ma di operare una conversione interiore capace di cambiare il punto di vista del soggetto, di metterlo in grado di scorgere la realtà al di là delle apparenze e delle precomprensioni. Il paradigma di questa conversione lo troviamo nel celebre mito della caverna della Repubblica platonica. I prigionieri della caverna identificano il mondo con le ombre proiettate sulla parete di fondo della caverna: solo liberandosi dalle catene e affrontando il faticoso cammino verso la luce riusciranno a vedere il mondo reale.
Per questo impegno esistenziale, la pratica filosofica si può accostare alla psicoterapia; essa però non intende occuparsi di stati patologici ma di normali problemi esistenziali; la morte di una persona cara, la delusione di un’amicizia tradita, il fallimento di un progetto lungamente accarezzato. Si potrebbe dire anche che si occupa dei problemi che implicano una scelta: che cosa voglio veramente dalla mia vita, dalla mia professione, dalle mie relazioni? Tali problemi li affronta con gli strumenti della tradizione filosofica soprattutto antica, la quale aveva di mira non semplicemente la costruzione di sistemi teorici ma il problema di “come bisogna vivere”, il “modo buono e felice” di vivere; spesso definito in senso negativo come assenza di turbamenti, come serenità ed equilibrio.  Quello cui tende in particolare la filosofia ellenistica non è la conoscenza fine a se stessa, quanto piuttosto l’”arte di vivere” appunto. Altro è contemplare le stelle, altro guardare dove si mettono i piedi, come illustra il famoso aneddoto di Talete, caduto in un pozzo mentre contemplava gli astri.
Quanto poi alle scuole contemporanee nelle quali si articolano le pratiche filosofiche, sono altrettanto numerose di quelle dell’antichità. Non mancano i titoli ad effetto e le promesse mirabolanti, del tipo “Platone è meglio del Prozac”. Personalmente il mio primo contatto anni fa è stato con la Philosophy for children dell’americano Matthew Lipman, ormai largamente diffusa a livello internazionale. Nonostante il titolo, non si tratta per nulla di spiegare la filosofia ai bambini, ma di intercettare il bisogno latente di filosofia largamente diffuso sia nei bambini che negli adulti, sostanzialmente indipendente dal livello culturale. Lipman parte dal fallimento di un’educazione (quella americana ma non solo) che non aiuta il giovane a pensare con la propria testa, e propone di rivitalizzarla con un’iniezione di filosofia intesa non come storia delle dottrine filosofiche, ma come discussione critica dei fondamenti del conoscere e dell’agire. Si parte da semplici testi narrativi, usati come pretesto per far sorgere domande su problemi di fondo tipo: qual’è il modo giusto di comportarsi in questa o quella situazione a scuola, in famiglia, per strada, quando si può dire di essere sicuri di un fatto o di un giudizio di valore. Si chiede al gruppo di intervenire con domande, che il facilitatore appunta sulla lavagna individuando mettendo in rilievo i rapporti tra le diverse domande: a un certo punto emerge una linea di ricerca cui si danno delle risposte sempre aperte ad ulteriori indagini.  Questo schema si può applicare fuori dalla scuola in un contesto adulto, e allora si parla di Philosophy for community (ad esempio il personale di un ufficio, di un’azienda, di un ospedale).
Dato che negli scorsi anni ho operato fuori da un contesto scolastico e comunitario, ma con gruppi riuniti volta per volta, ho personalmente trovato più congeniale riferirmi a un filosofo americano di origine ebraica, Ran Lahav. Alla base del lavoro di Lahav c’è una metodologia più libera, meno strutturata, e un atteggiamento di apertura e di attenzione, volto ad aprire brecce nella platonica caverna di cui si diceva. Con il che siamo arrivati molto vicino alla meditazione.

Meditazione

Come la pratica filosofica, la meditazione può essere espressione di tradizioni diverse e presentarsi in forme diverse, dalla “ripetizione del nome” propria di tradizioni sia cristiane che induiste e buddhiste, al semplice silenzio animato dalla concentrazione sul respiro come avviene nel vipassana, la tradizione di origine buddhista alla quale personalmente faccio maggiormente riferimento. Comunque, comune a tutte le tradizioni della meditazione è il tentativo di creare uno spazio in una mente che di solito (più che mai in questi nostri tempi) è sovraffollata di pensieri, preoccupazioni, reazioni, immagini e quant’altro. Si tratta di prendere per così dire distanza dai propri stessi pensieri, di capire che i pensieri sono solo pensieri e che noi non siamo i nostri pensieri; che di solito li prendiamo troppo sul serio, ci crediamo troppo (pensiamo ad esempio alla rabbia) anche se dopo un’ora le nostre stesse reazioni ci paiono incomprensibili.
Sia le pratiche filosofiche che la meditazione convergono verso un obiettivo comune: la consapevolezza. Spesso si parla di “risveglio”. Noi diamo per scontato che chi non dorme sia sveglio, ma un’elementare osservazione ci convince che non è così. Solo raramente incontriamo completa incoscienza o piena consapevolezza, per lo più ci troviamo davanti ad una infinita gamma di stati ipnoidi più o meno vicini ai due estremi. Non aveva torto Eraclito a sostenere che gli uomini per lo più agiscono come nel sonno, senza rendersi ben conto di ciò che stanno facendo. Qualcosa di simile troviamo nella platonica Apologia di Socrate: il popolo ateniese schiaccerà Socrate che, come un tafano, lo ha svegliato dal sonno. Siddharta diventa il Buddha nel momento del definitivo risveglio. E’ nota la frase di Gesù sulla croce: ”Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Nell’episodio dell’adultera poi Gesù ci offre un esempio straordinario di come una folla pronta a dare sfogo ai peggiori sentimenti sotto la protezione della legge vengono fermati da un brusco invito a confrontarsi con la propria coscienza, a prendere coscienza di quanto stanno per fare.
Spesso per non dire quasi sempre, agiamo sulla base di reazioni dettate da una specie di pilota automatico, in generale tarato su ciò che dice e fa la gente attorno a noi. Si sa che nella folla i singoli regrediscono a livello di pulsioni elementari, ma non è necessario essere fisicamente immerso nella folla, basta esserci mentalmente. E’ quello che vediamo oggi: basta che qualcuno sdogani gesti e parole inconcepibili fino a qualche anno fa perché questi gesti e parole diventino normali. Fa impressione vedere quelle che sai essere in fondo delle brave persone, esprimere sentimenti e giudizi che non si possono qualificare che come razzisti. Questa possibilità di manipolare i sentimenti delle persone mediante la voce della folla è una grande risorsa per i demagoghi e in generale per gli uomini di potere. Questo aiuta anche a rispondere al cosiddetto problema del consenso nei confronti ad es. del fascismo, o di altri regimi autoritari. Il dissenso era difficile non solo per la minaccia della prigione o del manganello, ma perché ci vuole un’enorme forza morale per alimentare un pensiero diverso da quello dei più, quando questo dissenso può costare caro. Il richiamo sia della meditazione che delle pratiche filosofiche in fondo è lo stesso: interrompere l’azione o il pensiero, creare uno spazio in cui possa emergere una presa di coscienza di quello che si sta facendo o dicendo o pensando senza esserne pienamente coscienti.
E’ in sostanza – mi pare – il messaggio del Vangelo della domenica scorsa, quello della pagliuzza e della trave, nel quale mi pare di vedere in sintesi tutto il lavoro sia della meditazione che delle pratiche filosofiche. Si noti la parte conclusiva del passo in questione: solo dopo aver tolto la trave dal tuo occhio potrai vederci bene ed aiutare gli altri a togliersi la loro pagliuzza. Sono i nostri scotomi, le nostre macchie sulla retina, gli occhiali che portiamo che condizionano la nostra visione del mondo. Solo liberandocene (o meglio essendone coscienti, perché liberarcene del tutto non è possibile) siamo in grado di percepire chiaramente la realtà e quindi di aiutare noi stessi e gli altri.

“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (Gandhi)

La generazione alla quale appartengo è stata segnata dal Concilio e dal ’68 (metto insieme le due cose non perché siano equivalenti, ma perché entrambe caratterizzate da un sogno di rinnovamento radicale, di palingenesi più o meno totale). In quella generazione c’era una grande generosità, ma anche tanta ingenuità. Intanto, c’era in noi un dualismo di fondo:“Tutto il male avevamo davanti, tutto il bene avevamo nel cuore”: sapevamo o credevamo di sapere tutto sui mali del mondo e sulle possibili cure. Avevamo identificato il Nemico e pensavamo che tutto sarebbe andato bene dopo che noi l’avessimo sconfitto. I mali del mondo, anche della Chiesa, ci apparivano in tutta la loro gravità, era il momento propizio per dare una spallata, avevamo le nostre ricette (molto diverse tra di loro, come poi è risultato), molti ci credevano in modo fideistico, addirittura fanatico, e sapete che quando si comincia col fanatismo di solito non si va a finire bene.
E’ stato solo in seguito a una serie di esperienze spesso dolorose e deludenti, dopo aver visto che noi che volevamo aiutare e salvare gli altri non eravamo spesso in grado di aiutare e salvare noi stessi, che abbiamo capito ciò che spiriti come Gandhi avevano già capito da tempo: che tutti i più nobili ideali, che tutto l’impegno per cambiare il mondo non serve se non cambiamo noi stessi. Non nel senso di cadere nell’errore opposto, dedicandoci solo al nostro perfezionamento interiore: le due cose vanno di pari passo, come il camminare: si perde continuamente l’equilibrio, e proprio questo ci permette di procedere. Se invece vogliamo l’uomo nuovo, ma gli lasciamo un cuore di cane (come nell’omonimo romanzo di Bulgakov), questo tenderà a conservare le sue abitudini canine pur avendo un aspetto umano.
Quindi, espressioni come “lavorare su se stessi, cammino interiore, spiritualità” ci sono diventate  più famigliari. E cosa c’entra la filosofia? Non c’entra tanto nel suo aspetto accademico, specialistico (anche se un retroterra di questo tipo è utile), quanto soprattutto nel senso del “non sapere” socratico, che è anche una via verso la spiritualità sia laica che religiosa. Rispetto poi alla spiritualità religiosa, da giovane cattolico, invidiavo in certi miei coetanei quella che mi sembrava una naturale predisposizione che in me era guastata da un lato da una mia forte tendenza intellettualistica, dall’altro da un moralismo e doverismo tipico di un certo ambiente cattolico piemontese. Vedevo che altri volavano, mentre io mi trascinavo sul terreno senza riuscire a prendere il volo. Non che non avessi letto qualcosa di autori spirituali, ma non riuscivo a trovare autori o maestri congeniali.  Delle mie letture giovanili ricordo soprattutto Thomas Merton, in lui vedevo una forte ricerca spirituale che si collegava alla grande tradizione contemplativa cristiana  medievale: Merton attingeva ai grandi mistici, ma partendo dal cuore della modernità laica nella quale per cultura mi riconoscevo, dalla lettura di Goethe e di Joyce. Di lui comunque m’è rimasto la convinzione del forte legame tra spiritualità e bellezza (e sono contento di averlo ritrovato recentemente in Vito Mancuso, La via della bellezza), e inoltre il senso che il cammino interiore è qualcosa di serio e profondamente impegnativo, spesso drammatico e disorientante (la notte oscura, il deserto) e che non va identificato con quelle “lune di miele” spirituali che fanno così colpo sui principianti.
Dei miei anni di università ricordo ancora un libretto di Rahner, Tu sei il silenzio. Ricordo che a questo grande teologo cattolico è attribuito un celebre detto che condensa un po’ il nostro discorso, e che a quanto pare egli aveva in realtà preso in prestito da Ramon Panikkar (un altro grande personaggio del dialogo interreligioso e interculturale) negli anni del Concilio: “Il cristianesimo del futuro sarà mistico o non sarà”.

Parola e silenzio

Al centro dell’esperienza spirituale sta il rapporto tra parola e silenzio, tra luce e tenebra. La Parola illumina il mondo, caccia le tenebre, ma essa stessa emerge dalle tenebre, o se si vuole da una luce che per noi è tenebra. Dio, nessuno l’ha visto: Gesù non si è messo a formulare proposizioni teologiche su Dio, ma l’ha fatto trasparire attraverso la sua vita. Ma se invece della Parola ci appaghiamo di parole, le parole alla lunga non ci bastano; se vogliamo entrare in contatto con la Cosa, e risaliamo attraverso la parola alle sue radici, ci ritroviamo nel silenzio, senza il quale la parola, anche e specialmente la parola devota, la parola teologica, non è che chiacchera, registrazione di discorsi fatti da altri. Mi sono ricordato di questa formula quando ho ascoltato Antonietta Potente ricordare che “è il silenzio la porta che apre alla nostra profondità”, se vogliamo allo Spirito che abita dentro di noi.
E tuttavia, come mai la mia porta l’ho trovata prevalentemente non attraverso la spiritualità cristiana, ma attraverso quella laica o attraverso in particolare la meditazione orientale sul respiro (vipassana, chiara visione). Non penso per semplice esotismo: senz’altro le mie idiosincrasie hanno giocato un ruolo, ma penso che l’abbia giocato anche la situazione storica. Nella Chiesa del postconcilio c’è stata una forte e giusta accentuazione della carità, dell’operosità sociale, ma sotto il profilo della spiritualità forse si era più seri prima.
Come ho accennato, si tratta anzitutto di creare uno spazio, un vuoto nel quale possa emergere una consapevolezza integrale e non solo settoriale di ciò che noi siamo: la meditazione è spesso paragonata al processo per cui l’acqua torbida, se la si lascia depositare il limo, ritorna trasparente, lasciandoci così scorgere la “chiara visione” del reale. Qui non è questione di  dottrina buddhista o d’altro tipo, si tratta di un’esperienza universale, neppure specificamente religiosa anche se di solito legata a una religione, in cui il corpo rappresenta il saldo ancoraggio, l’alleato per procedere oltre la proliferazione mentale, per arrivare ad una profondità che non è l’intimismo narcisistico perché è oltre l’io, è pura presenza di un soggetto consapevole di esistere in un mondo popolato di cose e di altri soggetti (di qui la dimensione interpersonale, comunitaria dell’esperienza meditativa).  Proprio per questo, la coscienza non più solamente personale, legata a quel particolare io con tutte le sue idiosincrasie, attaccamenti e avversioni, ma qualcosa di universale, qualcosa in cui ciascuno di noi può riconoscersi e sentirsi al posto di ogni altro (cosa sentirei se fossi al suo posto, al posto di un migrante, al posto di una delle tante vittime della globalizzazione?). Posso dire che una delle svolte più importanti della mia vita si è verificata quando grazie alla meditazione sono riuscito a fare un passo indietro rispetto ai miei pensieri, ho capito che non ero i miei pensieri, che non mi identificavo con essi; che pensieri, sensazioni, emozioni, facevano parte di un flusso continuo che passava attraverso il mio spazio interiore, proprio come le nubi passano attraverso il cielo senza lasciare in esso nessuna traccia.
E’ interessante notare gli equivoci che nella nostra civiltà della parola e della chiacchera contrassegnano il silenzio. Tanti dicono: perché riunirsi a fare silenzio, quando possiamo benissimo farlo a casa nostra? Ma silenzio non è non parlare, se la mia mente è continuamente assediata da un rumore di fondo di pensieri ed emozioni, attaccamenti ed avversioni. Più interessante un’altra confessione, di chi dice che il silenzio, il trovarsi solo con se stesso, in fondo gli fa paura. Non bisogna sottovalutare i pericoli: anche i monaci vedevano nell’acedia un pericolo mortale; il cammino interiore di meditazione può non essere adatto per chi ha una forte tendenza alla depressione.

Spiritualità e religione

Il rapporto tra spiritualità e religione non è semplice da delineare e non voglio addentrarmi in gineprai teologici. Sintetizzando, mi pare che spiritualità e religione stiano tra di loro come corpo ed anima. In ogni religione c’è un’anima spirituale, una visione del mondo e dell’uomo che s’incarna in una serie di credenze e di pratiche quotidiane, che innervano famiglia, società, economia e diritto. Mi pare che il nostro tempo ci ponga una questione radicale che è insieme spirituale, filosofica e teologica: quella dell’idea di Dio o forse meglio della sua immagine, visto che di Dio per definizione non possiamo avere un vero e proprio concetto, quasi che lo si possa considerare un oggetto di studio tra gli altri. Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me: questi due poli kantiani della meraviglia dell’esistenza rimangono anche nel nostro tempo. La scienza non ha cacciato il Mistero, anzi l’ha reso più profondo; ma dopo Galilei, Darwin e la globalizzazione esso si esprime in forme diverse ed inedite. Mi pare di scorgere un bisogno intenso di unità tra  uomo, Dio e cosmo. Sulla Terra non siamo piovuti per caso, emergiamo da una lunga storia evolutiva; dobbiamo essere consapevoli che abitare la Terra significa, come dice la Genesi, coltivarla e custodirla. Mi limito a uno spunto, un suggerimento: la via della Laudato sì è quella giusta anche per ritrovare un linguaggio di comunicazione con le giovani generazioni. I giovani sono molto individualisti, ma sono anche molto più coscienti dell’interdipendenza del genere umano, della sua comunità di destino su questo pianeta che un modello di sviluppo irresponsabile sta distruggendo: il movimento studentesco di questi ultimi mesi ne è la testimonianza.

AVVERTENZA

Non avendo in questi giorni la possibilità di preparare una bibliografia decente, vi rimando alle opere degli autori che ho citato, Mathew Lipman e Ran Lahav per le pratiche filosofiche, Raimon Panikkar, Vito Mancuso e Antonietta Potente per la spiritualità. Per la meditazione di tipo orientale, vi rimando alle opere di Corrado Pensa e Thich Nhat Hanh, inoltre a quelle del missionario saveriano Luciano Mazzocchi. Una breve ricerca su Google partendo da questi nomi vi darà informazioni bibliografiche più che sufficienti. Sottolineo comunque che si tratta di argomenti nei quali il sapere dei libri conta poco mentre moltissimo conta il sapere ricavato dall’esperienza.