Giudizio e speranza cristiana

Secondo il catechismo della Chiesa Cattolica la speranza del cristiano è anche speranza nel giudizio che Dio dà su ogni persona e su ogni cosa. E il giudizio di Dio viene distinto in due aspetti: c’è un giudizio particolare e c’è un giudizio universale. Il primo riguarda una parte, il secondo riguarda il tutto. Il primo riguarda una persona per volta, il secondo riguarda tutti insieme.
Il giudizio particolare è «Il giudizio di retribuzione immediata, che ciascuno, fin dalla sua morte, riceve da Dio nella sua anima immortale, in rapporto alla sua fede e alle sue opere» .
Il giudizio universale che tante volte chiamiamo anche giudizio finale «consisterà nella sentenza di vita beata o di condanna eterna, che il Signore Gesù, ritornando quale giudice dei vivi e dei morti, emetterà a riguardo dei giusti e degli ingiusti (At. 24,15), riuniti insieme davanti a lui. A seguito di tale giudizio finale, il corpo risuscitato parteciperà alla retribuzione che l’anima ha avuto nel giudizio particolare» .

Il giudizio di Dio di cui parla il catechismo viene dopo la morte. Perché è proprio la morte a lasciarci questa aspettativa: se non c’è un giudizio dopo la morte significa che la morte è l’ultima parola su tutto e su tutti. E invece a noi restano delle domande che vanno al di là della morte: che cosa ne sarà di questa persona che è morta? Che cosa resta di lei e di tutto quello che ha vissuto?
Fin tanto che una persona è viva, noi non possiamo chiudere il discorso su di lei. Perché quella persona può ancora sempre fare qualcosa, può stupirci con delle cose nuove, può cambiare atteggiamento, può diventare diversa e irriconoscibile… Anche i saggi dell’antichità sapevano che la vita di una persona è sempre imprevedibile. Per questo dicevano: Non giudicare nessuno… prima della sua morte. E nel libro del Siracide troviamo scritto: Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conoscere veramente alla fine (Sir. 11,28).
Ma appena una persona è morta, non può più stupire. Non può più fare nulla di nuovo. Non può più cambiare. E i sopravvissuti non si aspettano più nulla da lei. Tuttavia si fanno delle domande: ma chi è stata questa persona? Che senso hanno avuto le sue azioni, tutto quanto ha fatto?
Sono soprattutto le opere lasciate incompiute quelle che suscitano delle domande. Ogni persona inizia tante cose, ma molte restano incompiute. In particolare, ogni persona si dedica a qualcuno, a degli amici, ai propri figli o nipoti, ma poi si trova costretto ad abbandonarli … con un amico in meno, senza padre o senza madre o senza nonni … Che senso ha avuto fare tante cose, amare e farsi amare, se poi è stato interrotto tutto? Che senso avevano le cose fatte prima di morire?
Sono queste le domande che aspettano una risposta, anzi che aspettano un giudizio. Il giudizio di Dio viene incontro al nostro bisogno di ritrovare un senso per le cose che facciamo e che con la morte finiscono. Hanno un senso oppure no? Qual è la verità delle azioni che gli uomini mortali fanno?

Per questo il giudizio di Dio è un motivo di speranza: la speranza che venga alla luce la verità di tutto quello che siamo e di tutto quello che facciamo. Con le parole di Gesù potremo dire: Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce (Lc.8,17).
Il giudizio di Dio è un motivo di speranza perché è cosa per cui occorre aspettare. Noi non conosciamo già la verità delle persone, ma neppure la verità delle cose. Abbiamo bisogno di attendere che appaia la verità. Dobbiamo aspettare che si faccia verità. E che sia una verità non solo per qualcosa, ma per tutto; non solamente per qualcuno, ma per tutti. Per questo nel catechismo si parla di due momenti del giudizio: tra un giudizio e l’altro bisogna aspettare.

 

I. Esperienze e strategie del giudizio

In pratica molte volte noi ci abituiamo a vivere senza speranza, cioè senza aspettare il giudizio di Dio. Capita questo ad esempio quando confondiamo la verità con le nostre opinioni. Il papa Benedetto XVI ha parlato spesso del relativismo come di un male della nostra epoca. Egli ha inteso indicare con la parola relativismo questa abitudine a non cercare più la verità, ma ad accontentarci delle opinioni che ci facciamo di volta in volta. Anche a proposito delle persone noi ci facciamo delle opinioni. E quelle opinioni poi diventano la sorgente dei nostri giudizi.
La stessa cosa capitava già tra i cristiani della prima ora. Per questo San Paolo rimprovera i cristiani di Roma che sono troppo preoccupati di dare un giudizio sui comportamenti altrui:
Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto: Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello (Rm.14,10-13).
Quando noi ci abituiamo a giudicare una persona è perché ci siamo convinti che la nostra opinione su di lei non abbia bisogno di aspettare altro per essere vera. I nostri giudizi sono privi di speranza, perché si basano solamente su quello che noi abbiamo a disposizione ora per capire.

C’è anche chi pensa che i nostri giudizi sono veri quando si basano su una lunga esperienza. Dopo che abbiamo visto e fatto tante esperienze, ci convinciamo che i nostri giudizi siano quasi infallibili. Così ragioniamo nelle piccole faccende quotidiane. Ma così anche si ragiona nel mondo della scienza, della tecnologia, della medicina … L’esperienza insegna tante cose. Ma il giudizio che si basa solo sull’esperienza è un giudizio … senza speranza. È un giudizio che si basa sul passato, su quello che si è già visto e fatto. Non su quello che potrà essere nel futuro.
È per questo che, soprattutto di fronte alla morte, anche chi ha tanta esperienza non è in grado di dire nulla di vero. Nessuno è mai venuto a raccontarci come si sta nell’al di là. L’esperienza vale ben poco di fronte a questo. Ma, anche di fronte a tutte le altre cose, non possiamo pensare che la verità sia il risultato a cui ci porta la nostra esperienza. Il giudizio che noi diamo sulle cose molto spesso si fonda solamente sull’esperienza del nostro passato.

Ma c’è ancora un’altra nostra abitudine che dimostra come spesso viviamo senza aspettare il giudizio di Dio. Capita così quando ci rassegniamo a vivere in un mondo in cui non c’è giustizia per tutti. Le situazioni che si presentano nel mondo sono sempre cariche di ingiustizie. Per ognuno la vita presenta esperienze diverse. E per molti la vita è addirittura impossibile. Molti finiscono schiacciati da quelle che noi chiamiamo le sfortune del destino: ad esempio le malattie, le tante forme di violenza, gli incidenti, le nuove e antiche schiavitù, …
Quando una persona sana vede una persona ammalata, quando un ricco vede un povero, quando una persona felice ne incontra una infelice può chiedersi perché non siamo tutti uguali? Perché la vita non dà a tutti le stesse opportunità? Perché qualcuno vive cento anni e qualcun altro solo tre giorni?
Ogni giorno facciamo questa esperienza delle ingiustizie della vita. E in poco tempo ci abituiamo a convivere con questi fatti. Sappiamo che non dipendono da noi. E ci fermiamo qui di fronte a queste ingiustizie senza aspettarci nulla. A volte siamo amareggiati per questi fatti, ma poi finiamo per accettarli come una condizione da cui non si può uscire.
Se guardiamo indietro a tutta la storia passata vediamo cumuli di vittime. Quante persone sono morte uccise dalla fame o dalla violenza o dall’ingiustizia! Ormai per queste persone non possiamo più fare nulla? C’è ancora qualche speranza per le vittime?
Insieme a questa domanda ce ne facciamo un’altra a proposito dei colpevoli: c’è ancora qualche speranza per chi si è reso colpevole, ha ucciso, ha lasciato vittime dietro di sé? Come egli può recuperare il male che ha causato? Nessuna sentenza di tribunale umano può restituire giustizia a chi è morto oppure ha subito violenza. Nessun giudizio umano può fare giustizia nel vero senso della parola.
Per avere un giudizio che faccia davvero giustizia dobbiamo attendere. Per questo il giudizio di Dio è una speranza: la speranza che venga la giustizia. È la speranza che ci possa essere una salvezza per le vittime e che ci possa essere una salvezza per chi si è macchiato di colpa. Con una parola si potrebbe dire che questa speranza nella giustizia è la speranza che possa esserci pace tra tutti gli uomini, tra vittime e colpevoli. Altrimenti vorrebbe dire che non può esserci salvezza per tutti. Qualcuno sarebbe condannato per sempre.
La speranza cristiana non è la speranza che alla fine ci sia un’amnistia per tutti. Perché questo non sarebbe giusto. Sarebbe solo fare finta che il male non sia successo. Non si può cancellare con la spugna ciò che ha causato del male. Dio non promette l’amnistia ai colpevoli. Dio promette la salvezza perché lui può ricostruire ciò che è stato distrutto. Per questo Dio può mettere pace tra gli uomini. Fare giustizia da parte di Dio significa permettere di nuovo agli uomini di vivere insieme senza che le ingiustizie della vita costringano all’ostilità, alla violenza, alla separazione.

Tutte le esperienze che noi facciamo ci mettono di fronte al fatto che la nostra vita è in mezzo a dei giudizi. Su tutto noi ci facciamo un giudizio. E attorno a noi tanti ci giudicano. Ma questi giudizi ci avvicinano alla verità? Portano alla luce ciò che noi siamo? Ci rendono capaci di operare qualcosa di giusto, qualcosa che sia un bene per tutti? Oppure tanti giudizi finiscono solamente per schiacciarci?
La paura del giudizio di Dio è entrata dentro di noi da quando abbiamo iniziato ad avere paura del giudizio umano. Abbiamo scoperto che i giudizi umani sono come un’arma che ferisce, ma che poi non può più risanare; svelano il male, ma non riescono a restituire il bene. Questa esperienza ci porta ad immaginare che anche il giudizio di Dio sia così, come quello di qualsiasi altro tribunale.
Proviamo ad immaginare un processo dentro un tribunale. Si raduna tanta gente: giudici, avvocati, imputati, testimoni, guardia, osservatori … Tutta questa gente viene convocata attorno ad una persona che viene accusata. E il processo viene celebrato per scoprire che cosa si merita questa persona, se risulta colpevole. Al centro dell’attenzione c’è il colpevole.
La vittima che ha subito il male a volte è anche presente. Ma non è al centro dell’attenzione. La preoccupazione di tutti non è: che cosa possiamo fare per questa vittima, come possiamo offrirle salvezza, come aiutarla a recuperare con il bene il male.
Anticamente i processi avevano al centro la vittima e non il colpevole. Quando una vittima si presentava al giudice si aspettava di essere salvata, di ricevere un aiuto per vivere. Il colpevole stava ai margini del processo. Anche lui, come tutti, doveva fare qualcosa per aiutare la vittima. Scopo del processo non era occuparsi del colpevole, ma occuparsi della vittima. Non era emettere una sentenza sul malfattore. Ma era venire incontro al bisogno di una vittima.
Così dobbiamo immaginare il giudizio di Dio. Il Giudice universale non mette al centro del processo i malfattori, ma le vittime. La sua preoccupazione è fare giustizia per chi ne è privo. In primo piano ci sono le vittime e non i malfattori. Questa è la prospettiva che possiamo ritrovare nella Bibbia. Mentre la nostra immaginazione ci porta a invertire le cose.

Per questo il Giudizio Universale dipinto da Michelangelo sulla parete della cappella Sistina non è molto fedele alla Bibbia, non è molto cristiano. È molto vicino alla nostra immaginazione. Rappresenta un processo alla maniera umana. Ma possiamo dire che sarà così il giudizio di Dio?
La scena dipinta da Michelangelo si ispira al racconto del vangelo di Matteo al capitolo 25 in cui viene descritta l’operazione di un pastore che separa le pecore dai capri. Ma soprattutto quella raffigurazione si ispira al senso umano di paura e di terrore di fronte ai giudizi, che svelano ogni sorta di male nascosto e non possono redimere nessuno.
Per immaginare il giudizio universale che Dio darà sulla storia, forse dovremmo dimenticare per un po’ la raffigurazione di Michelangelo e rileggere quello che sta scritto nella Bibbia e anche quello che sta scritto nel catechismo della Chiesa Cattolica. Il Giudice universale non si comporta come ogni altro giudice umano, si comporta da Redentore:
«Cristo giudicherà con il potere che ha acquisito come Redentore del mondo, venuto a salvare gli uomini. I segreti dei cuori saranno svelati, come pure la condotta di ciascuno verso Dio e verso il prossimo. Ogni uomo sarà colmato di vita o dannato per l’eternità a seconda delle sue opere. Così si realizzerà la pienezza di Cristo (Ef.4,13), nella quale Dio sarà tutto in tutti (1Cor. 15,28)» .

II. Lettura evangelica

Dobbiamo partire dal vangelo per scoprire chi è il Giudice che ci sta davanti. Non è un giudice che corrisponde alla nostra immaginazione, come quello che ha dipinto Michelangelo. Ma è un giudice che ha un volto di Redentore: «Cristo giudicherà con il potere che ha acquisito come Redentore».
Nel vangelo noi non troviamo scritto quale sarà il giudizio che Dio darà su di noi o sul mondo. Non ci anticipa la sentenza del tribunale divino.
Il vangelo ci racconta, però, chi è stato Gesù, per poi dirci che sarà lui a giudicare. E allora il giudizio di Dio sarà come il giudizio che Gesù ha dato su persone, cose e situazioni da lui incontrate. Nel vangelo troviamo alcuni esempi di giudizio dato da Gesù.

Un primo esempio è il giudizio che Gesù dà sul popolo di Israele. Egli si pone in continuità con la tradizione dei profeti dell’Antico Testamento che non si erano limitati a guardare le cose che succedevano, ma le avevano giudicate. E il loro giudizio non aveva il tono di commento giornalistico ai fatti della cronaca. Era un giudizio pronunciato con forza per esprimere il disaccordo di Dio con quanto il suo popolo stava facendo. Dio non si riconosce in quello che fanno i suoi fedeli. Il giudizio dei profeti ripeteva sempre questo messaggio: ciò che voi ora state facendo non corrisponde alla verità!
Giovanni Battista era stato l’ultimo di questi profeti. Anche lui aveva ripetuto lo stesso messaggio e aveva tirato le sue conclusioni: ora Dio non concede ulteriore tempo. La sua ira sta per scatenarsi e l’uomo non deve fare altro che riconoscere che Dio ha ben ragione di essere adirato. Facendosi battezzare, il popolo riconosce la propria colpa ostinata e la giustizia con cui Dio opera per distruggere Israele e ricominciare tutto da capo: Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Giovanni Battista si limita a dire: questo è il giudizio di Dio e questo giudizio è giusto.
Gesù non contraddice Giovanni Battista. Anche lui sa che il popolo di Israele è un popolo ostinato e incredulo di fronte a Dio. Però Gesù non si limita a pronunciare la sentenza. Gesù si mette all’opera per rigenerare i figli di Abramo, per farli rinascere. Si dedica alle pecore perdute del gregge: dà la vista ai ciechi, fa camminare gli storpi, guarisce i lebbrosi, restituisce l’udito ai sordi, fa risuscitare i morti, predica la buona notizia ai poveri. È questo il modo in cui Gesù giudica il popolo di Israele: dedicando la sua vita a redimere quel popolo dalle sue miserie e dalle sue colpe. Il giudice è il redentore.

Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me». Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te.
In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi intenda.
Ma a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere».
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!» (Mt. 11,2-24).

Gesù non addolcisce il giudizio. Non chiude un occhio. Non chiama bene il male. Né scusa le colpe del suo popolo. Mentre pronuncia il giudizio, però si adopera con tutto se stesso a tirare fuori coloro che sono vittime del male e delle proprie colpe. Questo è il suo modo di giudicare offrendo una via di salvezza. Da parte di Dio questa offerta non viene mai meno. Tocca all’uomo non lasciarsela sfuggire ogni volta.

C’è poi un secondo esempio di giudizio da parte di Gesù: quello che lui dà nei confronti dei peccatori. La scena più conosciuta è quella della peccatrice condotta di fronte a Gesù perché sia lui a condannarla alla lapidazione.

Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più» (Gv. 8,1-11).

A Gesù viene chiesto un giudizio di fronte al peccato. E tutti sanno che nessuna sentenza estirperà per sempre e per tutti il peccato. Dopo che quella donna verrà eliminata, il suo peccato non ci sarà più. Ma resterà il peccato di tutti gli altri. Gesù non scusa il peccato di questa donna: non cerca di essere tollerante. Richiama verso il compito di estirpare tutti i peccati (vecchi e giovani). Solamente quando tutti saranno liberati dalla schiavitù del peccato sarà possibile giudicare la verità delle azioni compiute.
Gesù è un profeta nuovo perché non si limita a dichiarare la condizione di peccato, ma si impegna a estirpare il peccato dal cuore umano. E sa che finché non saranno estirpati tutti i peccati non è possibile condannare nessuno. Il peccato degli altri rende difficile distinguere tra colpevoli e vittime. Quella donna, circondata da altri peccatori, non può essere processata secondo verità. Solamente dopo essere stata liberata da quel cerchio di peccatori può essere messa davanti alla verità dei suoi comportamenti: ora non peccare più!

Infine Gesù dà un giudizio anche a proposito della sorte che tocca a lui. La sua sorte è una condanna a morte caricata di infamia e di maledizione. A lui capita ciò che è riservato ai bestemmiatori, agli infedeli, ai maledetti. Anche se non fosse mai stata pronunciata nessuna sentenza su di lui, il modo in cui egli è morto sarebbe stato più che sufficiente per far capire che quell’uomo è stato abbandonato da tutti, persino da Dio. Gesù è finito schiacciato dal giudizio. Non ha rifiutato quel giudizio. Non ha cercato di smentire che Dio è lontano da certe cose: quella morte non è degna di un figlio di Dio! Si è lasciato giudicare per liberarci per sempre dalla paura del giudizio. Il giudice è il Crocifisso. Colui che giudica è colui che si è sottoposto al giudizio. È questo il messaggio che Michelangelo non è riuscito a dipingere sulla parete della cappella Sistina. È questo il messaggio che anche noi fatichiamo ad immaginare.

La speranza cristiana sta tutta qui: è la speranza di essere giudicati da Gesù Cristo. La nostra speranza non è quella di scampare al giudizio, di farla franca … La nostra speranza è che il giudizio non venga da altri. Ma neppure che venga da noi. Speriamo questo: che il giudizio venga da colui che è il Crocifisso. E allora diventa più facile comprendere le parole che troviamo nel vangelo di Giovanni: Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv. 3,16).

 

III. Giudicare cristianamente

Il cristiano è una persona che ha smesso di preoccuparsi di dare un giudizio su tutte le cose perché spera nel giudizio di Dio. Il cristiano sa che i giudizi che noi diamo non salvano nessuno. Sono solamente delle sentenze che immobilizzano il male dopo che esso ha già fatto le sue vittime. I nostri giudizi vedono che qualcosa di male è stato fatto. È come quando si scopre che il latte è stato versato, ma non si può più raccogliere. L’unica speranza è che non capiti più un’altra volta. Però quel po’ di latte come può essere recuperato, come può diventare di nuovo un alimento che nutre, come può esprimere la propria verità? Il latte versato per terra ha perso la sua verità perché è diventato roba da buttare, è diventato addirittura un pericolo perché fa scivolare. Non si comporta più secondo la propria natura di alimento buono e genuino. È stato snaturato da quello che è successo. Si può sperare che torni ad essere latte da bere?
Il cristiano si porta dentro questa speranza. Il giudizio di Dio riporta le cose alla loro verità. Non le lascia snaturare. Nel corso degli anni e dei secoli di latte ne è stato versato molto … molte realtà sono arrivate ad essere snaturate. Tante esperienze umane hanno perso la loro verità per colpa dei nostri comportamenti. Quel che era latte è diventato spazzatura oppure addirittura pericolo insidioso che fa scivolare. Il giudizio che aspettiamo non è l’elenco delle colpe e delle responsabilità. Il giudizio di Dio è la forza che Lui ha di riportare ogni cosa alla sua verità. Dio non lascia morire ciò che ha creato. Non lo lascia morire … per colpa dei peccati commessi dall’uomo. Egli vuole salvare ogni cosa dal destino di morte a cui il peccato condanna le persone. Il giudizio riporta alla luce la verità, separando ciò che è vero da ciò che è falso.
Noi questo non siamo capaci di farlo. Ma possiamo sperare che sia Dio a farlo. E vediamo che questa opera è già stata iniziata da Dio non solo nell’al di là, ma anche nell’al di qua. I vangeli ci raccontano l’impegno di Gesù a portare verità nella vita delle persone incontrate: peccatori, ammalati, esclusi, poveri, … ricchi, sapienti, autorità…
Leggendo il vangelo e vedendo Gesù all’opera, la nostra speranza trova un fondamento. Sperare che appaia la verità, sperare che alla fine si faccia verità non è illusione o sogno. Qualcosa già si è visto ai tempi di Gesù e qualcosa continua a vedersi oggi. Giudicare cristianamente la vita, le situazioni e le persone vuol dire lasciare illuminare il proprio giudizio da quello che è stato il giudizio dato da Gesù secondo quanto leggiamo nel vangelo e troviamo nel gesto dell’eucarestia: quel corpo che vedrete appeso sulla croce e quel sangue che colerà dalle mie membra non è il segno che ancora una volta il peccato degli uomini ha prevalso su tutto, quel corpo e quel sangue sono il segno dell’autenticità di un uomo e della verità di Dio. Quest’uomo è veramente il Figlio di Dio, non lo è solo per finta! Quando i discepoli vedono Gesù sulla croce non hanno più dubbi: tutto quello che Gesù faceva era vero, non era falso, ambiguo. Non aveva doppi fini. Davvero quest’uomo era figlio di Dio.

Sospendere i propri giudizi in attesa del giudizio di Dio non significa diventare scettici. Giudicare cristianamente vuol dire essere umili, senza diventare scettici. Già nell’antichità esistevano gli scettici, che erano quelle persone che si astenevano da dare un giudizio definitivo sulle cose. Non volevano dare delle definizioni agli oggetti, ma neppure volevano dare un nome ai comportamenti umani. Erano molto umili. Ma finivano per essere indifesi di fronte a tante falsità. C’è sempre qualcuno che approfitta della debolezza per far entrare con violenza le proprie convinzioni. Già un tempo c’erano gli scettici. Però erano pochi. Oggi sono molti di più. Anzi sembra che faccia comodo mantenere questo clima di scetticismo e farlo passare per umiltà, modestia, tolleranza. Ormai è di moda riconoscersi fragili, ammalati, ignoranti… Le esperienze umane di debolezza non sono più vissute nel nascondimento di un rigido autocontrollo. Questo nuovo modello culturale potrebbe nascondere un inganno: non una reale umiltà, bensì un profondo scetticismo. L’umiltà spinge a cercare la verità, mentre lo scetticismo abitua a starsene in pace nella propria opinione. L’umiltà fa sentire piccoli di fronte alla grandezza di Dio. Lo scetticismo fa convivere con le piccinerie mentali di chi non si spinge a sperare.
Credere nel giudizio di Dio diventa un modo attuale per non cadere nello scetticismo a cui ci porta la nostra epoca. Giudicare cristianamente vuol dire essere umili, senza diventare scettici. Aspettare la verità senza rassegnarsi a vivere di opinioni.

Infine, il giudizio di Dio è un invito a coltivare la giustizia. Il cristiano che aspetta il giudizio finale non se ne sta con le mani in mano ad aspettare la sentenza del giudice. La parola giustizia è quella che la Bibbia utilizza più spesso per dire che cosa sia la verità. La verità, secondo la Bibbia, è realtà da realizzare con le mani, non semplice affermazione della bocca. La verità non si fa a forza di parole. La verità si costruisce con le proprie scelte e con le proprie azioni. Gesù ha fatto la verità dando la propria vita, non semplicemente discutendo con la gente.
Nel giudizio finale dopo la nostra morte noi non possiamo sapere che cosa ci aspetta. Però possiamo essere certi che non sarà un giudizio fatto di parole e di sentenze. Non ci sarà una gran discussione finale come se fossimo in un parlamento o in un consiglio pastorale o in uno talk-show televisivo. Dio giudicherà portando a compimento la sua opera. Egli farà tutto ciò che è giusto. Libererà per sempre dalla ingiustizia in cui sono imprigionate tante vittime.
E allora mentre aspettiamo questo giudizio, siamo invitati a dedicarci anche noi a portare giustizia, a liberare chi è vittima del male, dell’ignoranza, della violenza, … Ma anche dobbiamo fare attenzione a non finire vittime dell’ingiustizia. Lo diventiamo ogni volta in cui accettiamo comportamenti ambigui, perché ormai fanno tutti così! Essere giusti non è più una virtù di moda, neppure tra i cristiani. Ma se non si è giusti anche di fronte alla legge, agli impegni assunti, alle proprietà degli altri, alle strutture comunitarie … è difficile essere veri con se stessi e con gli altri. Il senso di legalità, il senso di rispetto per le autorità e per i beni comuni sono indizi da non trascurare per coltivare il senso cristiano della giustizia.
Sarà Dio a concludere l’opera. Ma noi possiamo continuare quella che Gesù ha iniziato. Se non viviamo la giustizia vuol dire che speriamo poco nel giudizio di Dio. Preferiamo aggiustarci valutando noi che cosa è meglio di volta in volta. Però questo è un modo di vivere senza speranza. E quindi non è un modo di vivere cristiano.

 

Può essere utile a questo proposito la lettura di J. MOLTMANN, Nella fine l’inizio, 215-219.

 

Giuseppe Pellegrino
Catechesi zona pastorale Oltregesso – Cuneo (2005-2006)