Coltivare

E’ un verbo elementare della cultura. Integra parole moderne come sviluppo ed evoluzione. Queste ultime, infatti, evidenziano le regole interne dei processi di cui facciamo parte. La coltivazione, invece, evidenzia il ruolo attivo con cui gli esseri umani entrano in gioco con creatività. Le piante crescono da sé, ma entrano in dialogo con la popolazione umana quando questa se ne serve come risorsa, ne regola gli sviluppi, offre supporto, inserisce significati simbolici (estetici, religiosi, educativi …). Certamente è forte il rischio di trasformare la coltivazione in dominazione. Ma questa deriva non è l’unica possibilità. La cultura è la coltivazione umana del mondo: delle piante, degli ambienti, di tutto quanto esiste, non per assumerne il controllo e il possesso ma per valorizzarne i significati. Coltivare vuol dire non lasciare le cose come sono, ma cercare di dialogare con esse, ascoltandone la voce anche quando è sommessa, come il silenzio degli oggetti, il sussurro delle piante, la voce degli animali, le molteplici lingue degli umani.

Vangelo della XXVIII Domenica del tempo ordinario (C)

«Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo» (Lc 17,15).

Dopo avere sofferto a lungo l’umiliazione della propria malattia, il samaritano è l’unico lebbroso che ritorna a inginocchiarsi ai piedi di Gesù. Gli altri non lo fanno. Prima, pur di guarire, avrebbero fatto qualsiasi cosa. Si sarebbero buttati ai piedi di qualsiasi guaritore. Superata la condizione di bisogno, basta! Vogliono godersi l’autonomia conquistata: non avere più bisogno di nessuno! Le malattie, le sofferenze, i bisogni penosi, a lungo andare, fanno piegare il capo anche ai più duri. Ma questo cambiamento può essere momentaneo e superficiale. Colui che torna a inginocchiarsi ai piedi di Gesù ha fatto un cammino interiore radicale: la sua umiliazione precedente si è trasformata ora in umiltà, in riconoscenza. Le più atroci sofferenze subite non sono sufficienti a scalfire il cuore umano, se esso non si converte a riconoscere la grazia che lo salva (commento di Giuseppe Pellegrino).

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