Coronavirus: oltre l’invenzione culturale, torniamo alle domande di fondo

Una riflessione provocatoria del Vicario episcopale per la Cultura: dall'emergenza al rinnovamento del lavoro culturale nella Chiesa locale

Del Coronavirus si sta parlando enormemente. Tutti ormai sanno tutto. Oppure è vero esattamente il contrario: scopriamo improvvisamente di non sapere nulla? Non sappiamo il perché della nostra vita, della morte, di questa sofferenza?

Scorrono sui monitor i numeri dei contagiati, dei morti, dei guariti. Ci sono grafici che restituiscono i dati con varie chiavi di lettura. Così tutti possono vedere e trarne le conseguenze sul piano dei propri pensieri e dei propri comportamenti. È davanti agli occhi di tutti! Oppure è vero il contrario: è nascosto agli occhi di tutti? Tante informazioni ci stanno accecando, perché ci fanno credere che questa sia la realtà! Corpi, virus, morti, mascherine, respiratori, ospedali … sono la realtà?

Che cosa è il Coronavirus? Scienziati e medici ci possono fornire molte informazioni esatte e precise. Ma solamente chi sente ancora struggente la domanda su quello che ci sta capitando è pronto a fare un passo in più. Il Coronavirus è un’invenzione culturale!

Chi ritiene troppo provocatoria questa affermazione, non proceda nella lettura di questo testo ed eviti così di accumulare indignazione contro chi lo scrive. Proceda solamente chi ha dubbi e domande ed è disposto a perdonare l’ignoranza altrui, ossia il riconoscimento di affacciarsi su un oceano sconosciuto, di cui vediamo solamente i bordi, come afferma sapientemente Michel De Certeau. Né il teologo né il filosofo né l’umanista in genere presumono di ergersi sopra gli uomini di scienza, per dire la Verità. Semplicemente essi intendono ricordare che c’è l’invisibile e lo sconosciuto. Questo ci spinge a vigilare su quello che facciamo, soprattutto quando siamo troppo sicuri di essere alle prese con la cosa giusta, necessaria, inevitabile. Anche per il nostro servizio ecclesiale questa vigilanza è fondamentale, oggi come sempre!

Queste sono le premesse per avviare il lavoro culturale attorno al tema del Coronavirus. Anche su questo campo bisognerà che le Chiese si mettano all’opera, comprese le parrocchie e le altre realtà ecclesiali. Fino ad ora dalla Chiesa, in tutte le sue articolazioni, sono venute molte risposte all’emergenza. Innanzitutto, è venuta un’ampia collaborazione con il Governo nazionale e con le autorità nell’adottare e promuovere le misure di prevenzione. Insieme è nata una capillare risposta al bisogno di preghiera e di comunità utilizzando in particolare i nuovi media. Sul piano della Carità, infine, ci si è coinvolti su vari fronti, alcuni più visibili, altri più nascosti. In ogni caso la volontà di riconoscere e soccorrere le povertà è stata messa in campo. Tutto questo va ancora integrato da un lavoro culturale. Di che cosa si tratta e come lo possiamo svolgere?

Il lavoro culturale nasce da quanto affermato in partenza: il Coronavirus è un’invenzione culturale! Cioè: attorno ad un fatto biologico, ossia la diffusione di un virus, si è costruito un mondo! Non si tratta principalmente di idee, bensì di pratiche. Molti comportamenti quotidiani si sono modificati e, in conseguenza di questo, le nostre menti si sono rivolte a nuove preoccupazioni e alla ricerca di nuovi stratagemmi di vita. Il confronto con le epidemie del passato oppure con quelle avvenute in altri paesi (come il caso dell’Ebola, ad esempio) ci fa notare come le reazioni umane a fatti omogenei sono clamorosamente diverse. Questo avviene non solamente perché la consistenza dei problemi è obiettivamente differente, ma proprio perché si tratta di reazioni culturali! Noi siamo dentro una specifica reazione culturale, che la Storia culturale contemporanea chiama con il nome di invenzione (o costruzione o narrazione …).

Di conseguenza le domande di fondo sul momento culturale che stiamo vivendo sono due. La prima: qual è la ragione del nostro disorientamento? La seconda: come vogliamo rispondere a questa situazione culturale? Le risposte non possono essere date con semplici slogans o con un prontuario in dieci punti. Tuttavia, richiedono la determinazione a cercarle già ora, non solo quando l’emergenza sarà finita. Farsi delle domande su noi stessi è l’inizio del lavoro culturale. Siamo noi che creiamo il mondo del Coronavirus, traendo spunto dalla presenza fisica di questo frammento biologico.

Chi deve fare il lavoro culturale? Non possiamo presumere che lo farà una commissione di esperti, analoga a quella che il governo utilizza per affrontare la situazione sanitaria. Non bastano competenze biomediche e amministrative per questo, ma occorrono dialoghi con gli interrogativi umani più profondi. Occorre ascoltare il silenzio di chi è rimasto ammutolito. Occorre vedere quello che è nascosto dietro la scena dominante. Ci vuole l’accortezza di non canonizzare troppo presto i santi, gli eroi, gli angeli della situazione per scovare anche gli autori secondari, che ora non superano il filtro della visibilità pubblica. Di non dirottare subito tutte le nostre risorse sul sistema sanitario. Da queste attenzioni verranno materiali preziosi per il lavoro culturale da svolgere.

È un lavoro per tutti. L’importante è non delegare agli specialisti la lettura e l’ascolto della realtà. Spegnere le voci dominanti per far scaturire qualche cosa dall’intelligenza personale richiede di disconnetterci ogni tanto, non solo per pochi minuti, dall’infosfera che sta diffondendo l’infodemia, ossia il contagio dei pensieri comuni.

Per il lavoro di tutti serve in modo nuovo quello specialistico dei teologi, insieme a quello di tanti altri intellettuali ora marginalizzati. Negli ultimi decenni li abbiamo mandati in esilio, ma scopriamo che sono necessari per supportare le intelligenze personali. Forse sono anche loro ad aver abbandonato il campo, per alleggerire le proprie fatiche, limitandosi ad un lavoro più leggero. La teologia ha ceduto talvolta all’incanto dell’immagine, della divulgazione, dei risultati facili. Il pane dei teologi è diventato un po’ troppo morbido, perché faticavano a masticare gli interrogativi profondi, le domande su Dio, sul senso dell’Universo, sul perché del male, sulla morte e sulla salvezza. Se proprio in questo momento i teologi non riprendono questo lavoro, perché sono spaesati o esiliati, come potranno ancora presentarsi sulla scena dell’umanità in ricerca? Di che cosa parleranno, se ora, nel momento in cui abbiamo bisogno di una loro parola, restano muti o senza interlocutori? Lo stesso vale per tanti altri intellettuali. Il mondo del Coronavirus ha bisogno solo di scienziati, ricercatori e clinici? Insinua l’inutilità di tutti gli altri?

Il Coronavirus ha fatto emergere molte nostre fragilità, anche quelle intellettuali. Eravamo diventati bravissimi nell’organizzazione di eventi e nella soluzione di problemi pratici. Tutti intelligenti nell’uso di tecnologie e strumenti. E ci siamo scoperti disorientati di fronte ai problemi umani di fondo. Mentre gli specialisti della salute hanno saputo fare la loro parte, nonostante le difficoltà di fronte all’emergenza, e hanno capitalizzato l’attenzione e il sostegno quasi universale, gli specialisti dell’animo umano e delle coscienze si sono scoperti nudi, più dei medici!

Questo fatto ci interroga: quanto abbiamo investito nel lavoro intellettuale, nella profondità della ricerca, nel confronto con le domande meta-fisiche? Cose da professoroni oppure, come scopriamo oggi, necessità vitali? Saremo disposti a investire di più su questo versante per ricostruire il mondo?

Il lavoro teologico non è solamente degli accademici delle grandi o piccole università. È di tutti coloro che si fanno domande metafisiche oppure parlano di Dio e dei temi religiosi. Teologi, ossia parlatori di Dio, sono gli ecclesiastici (vescovi, preti e diaconi) ma anche molti fedeli (genitori credenti, catechisti, operatori pastorali). Il Coronavirus ci svela che abbiamo bisogno vitale anche di questi operatori, oltre che dei sanitari! Ognuno dovrà fare meglio che può la propria parte a servizio dell’umanità! Ma non potrà dare prodotti generici …

Questa lunga lettera è semplicemente un’esortazione a mettere in cantiere anche questo lavoro, ritenendo che fa parte dell’emergenza. Le Chiese hanno una grandissima opportunità di presentarsi nella società contemporanea con una proposta culturale, oltre che con la propria organizzazione di servizi religiosi e caritativi.

Non mi riferisco semplicemente alla Conferenza episcopale nazionale, ma anche direttamente alla diocesi, alle parrocchie, ai gruppi e movimenti ecclesiali. Il lavoro della nostra intelligenza è importante, non solo per ingegnarsi nelle iniziative, continuando in fondo lo stile che avevamo prima. Serve anche un investimento nuovo, incentrato sulla radicalità delle domande umane che stanno emergendo.

Confessiamo che molte volte gli argomenti dei nostri Consigli parrocchiali o diocesani, degli incontri tra catechisti ed operatori pastorali sono stati molto più pragmatici. Dopo la sospensione riprenderemo così? Ci stiamo già preparando alla nuova era?

Il mistero pasquale che stiamo per celebrare ci interroga sul peccato, sulla morte, sulla risurrezione. Possiamo sospendere le celebrazioni pasquali e limitarne al massimo la partecipazione, ma non possiamo sospendere gli interrogativi che stanno dietro queste parole. Un appassionante lavoro culturale ci attende! Speriamo di poterci aiutare a farlo.

Buon proseguimento, con la speranza di una nuova fraternità umana nella ricostruzione!

Cuneo, 3 aprile 2020

 

don Giuseppe Pellegrino

Vicario episcopale per la Cultura